Hai la sensazione di esprimerti malissimo per scritto ogni volta che l'utente si presenta e ripete tutte le domande alle quali hai inviato risposta per email, e ti senti intercalare un ossessivo "come le ho scritto ieri" ogni tre parole. Hai anche spesso la sensazione di perdere tempo a rispondere.
La mia capacità di misinterpretare è altissima, quasi pari a quella di farmi film inesistenti, e di calarmici dentro al punto da soffrirne nemmeno fossero in minima parte realtà. Mi sbalordisco da sola. Esco da me, mi vedo, e dico che sarebbe il caso di sparire, quando si è ridotti così.
Quei giorni di spietata lucidità che trovi te stessa brutta in maniera insopportabile, e non puoi concederti alcun sollievo di disperazione perchè ti è chiarissimo che, a parte la faccia, tutto quel che ti fa schifo te lo sei scientemente procurato. Quindi prendi un respiro profondo e considera solo le fortune, e lavora.
Arrivano anche quelle giornate costruttive di autocoscienza in cui tutto l'odio si sintetizza in conclusioni positive. Tipo:
1) stai zitta che ci guadagni in apparenza anche se l'inconsistenza è irrimediabile
2) guardati bene, ma proprio bene bene, e prenditi a sarcasmi visto che le salaccate non bastano
3) astieniti dallo scrivere le solite stronzate rifritte che partorisci con frequenza conigliesca
4) limitati a leggere [e se non sostieni il confronto torna in loop al punto 3].
5) fermati al punto 3.
{Changing of the guard, Style Council,in sottofondo senza riferimento alcuno}
[Ogni tanto e per fortuna mi dico che una risata seppellirà anche me, con tutte le mie paturnie]
A volte si è solo stanchi.
[non è mica necessario che tu timbri il cartellino postico quotidiano, sai?]
(in sottofondo: Tracy's Flaw)
Avere un figlio richiede un passo indietro dell'Ego. Non l'annullamento dei propri desideri, non la rinuncia a qualsiasi soddisfazione, solo un calcolo di equilibrio in più nel bilanciare quel che finora è stato irrinunciabile con le esigenze di un altro.
Altro che non mi ha scelto come compagno/a, che non ha vie di fuga da ciò che sono in grado di imporgli se non quelle che la psiche escogita per ripararsi quando non ne può più, che su di me conta dal primo istante e se è giusto che impari i miei limiti, non ha per questo il dovere ricorrente di subire le conseguenze di ogni mia personale deriva senza poter deciderne la soluzione; un altro al quale è bene parlare, spiegare con sincerità, ma non pretendere di condividerci responsabilità che non gli spettano. Qualcuno a cui dare gli strumenti per contare su sè stesso, non sul quale contare per raggiungere i miei obbiettivi o per ripararmi dai miei propri sbagli.
Mi ripeto questo da sei anni, non so quanto ci riesco, ci provo e tento di mantenermi lucida quanto posso, le spie di allarme si accendono anche per i piccoli passi falsi, sono luci tenui ma hanno diritto di considerazione; è faticoso, è spietato, senza requie, ma glielo devo, è uno sforzo minimo rispetto alla gioia di vederlo vivere.
Cerco di dir(mi) meno Io io io io, ci provo. Se non dovessi più accorgermi di questa claustrofobica eco, vorrei - è una speranza - trovare l'umiltà sufficiente per chiedere aiuto.
Spero di riuscire, e di avere vicino o a distanza qualcuno che mi scuote il braccio quando non mi accorgo che sto mettendo il peggio di me stessa al primo posto, non più accanto o qualche volta dietro, ma davanti, a parargli lo sguardo verso il futuro.